In questi giorni ho visto nella bottega di un amico antiquario un lampadario Impero con alcuni elementi in bronzo dorato e cristallo.
Quando lo guardi, soprattutto sotto una luce calda, capisci subito che quella superficie non assomiglia alle dorature moderne. L’oro è profondo, resistente, capace di alternare zone opache e parti molto lucide. Ma come veniva ottenuto?

La doratura a mercurio, chiamata anche doratura a fuoco, si basa sulla capacità del mercurio di amalgamarsi con l’oro. I due metalli venivano uniti fino a ottenere una pasta, che il doratore stendeva sulla superficie del bronzo precedentemente pulita e preparata.
L’oggetto veniva poi riscaldato. Il mercurio evaporava e sul bronzo rimaneva uno strato d’oro, che poteva essere nuovamente trattato, brunito e rifinito.
Il principio era già conosciuto nell’antichità, ma tra Settecento e Ottocento diventò una tecnica di bottega molto raffinata. Le pendole francesi, i candelabri e i grandi lampadari Impero mostrano bene i risultati che si potevano ottenere.

Il doratore non cercava infatti una superficie uniformemente lucida. Alcune parti venivano lasciate opache, altre brunite (lucidate) con utensili di pietra dura o acciaio lucidato. La luce si distribuiva così in maniera diversa sui rilievi e nelle cavità.
Su un lampadario acceso a candele l’effetto doveva essere straordinario: il bronzo dorato raccoglieva la luce calda delle fiamme, mentre il cristallo la spezzava e la moltiplicava nel salone.

Questa tecnica aveva però un prezzo altissimo. Durante il riscaldamento il doratore respirava vapori di mercurio estremamente tossici. Dalla metà dell’Ottocento la doratura a mercurio venne quindi progressivamente sostituita dalla doratura galvanica, più controllabile e meno pericolosa.
Il mercurio, tuttavia, non serviva soltanto per trasformare il bronzo in oro. Per secoli fu impiegato anche nella fabbricazione degli specchi. Sul retro del vetro veniva applicata un’amalgama di stagno e mercurio che creava la superficie riflettente.

Abbiamo cominciato dal mercurio che rendeva d’oro il bronzo e terminiamo con quello che trasformava una lastra di vetro in uno specchio. Due lavorazioni molto diverse, nate dalla stessa capacità di questo metallo: unirsi ad altri metalli e cambiarne l’aspetto.
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Il maestro Carlo
Le immagini di questo articolo sono tratte da Proantic, dall’ Encyclopédie di Diderot e d’Alembert, dal film “il Gattopardo” e da Intondo, che ringrazio.