Poco prima di Natale ti ho proposto un articolo sulle resine naturali e in particolare abbiamo parlato di benzoino e sangue di drago, due resine che utilizzo nella formulazione delle vernici che uso in bottega. Per secoli le vernici sono state fatte dagli artigiani nelle loro botteghe, poi qualcosa è cambiato ed è iniziata la produzione di vernici sintetiche prodotte dall’industria chimica.
La domanda che mi viene rivolta di frequente da allieve e allievi ai miei corsi dal vivo è: meglio la vernice naturale o meglio la vernice sintetica? La risposta, come accade spesso, è: dipende…
Per secoli la vernice è stata una sostanza viva. Nasceva come resina, colava lentamente, si induriva all’aria, veniva raccolta, pulita, sciolta nel solvente. Ogni resina portava con sé il luogo da cui proveniva, il clima, persino il modo in cui era stata incisa la pianta. Sandracca, benzoino, copali: materiali diversi, accomunati da una caratteristica fondamentale: non erano mai uguali a se stessi.

Ed è proprio da qui che comincia il loro limite. Nella bottega tradizionale questa variabilità non era un problema, anzi, faceva parte del mestiere. Si compensavano le mancanze con l’esperienza.
Una resina era più fragile? Si correggeva. Una più morbida? Si aspettava, il tempo non era un nemico, era un alleato. Ma tra fine Ottocento e Novecento il mondo cambia ritmo. e l’industria chiede vernici più rapide, resistenti e standardizzabili.

Le resine naturali iniziano a mostrare il fianco perché ingialliscono in modo imprevedibile, temono l’umidità e si rovinano facilmente, variano da lotto a lotto, richiedono tempi lunghi di preparazione e maturazione.
La chimica non entra in scena per distruggere la tradizione, ma per rispondere a nuove esigenze, le prime resine sintetiche nascono così: non come alternativa “povera”, ma come soluzione a problemi reali.

Eppure, qualcosa si perde. Non tanto in termini di qualità, molte resine sintetiche sono tecnicamente eccellenti, quanto nel modo in cui il tempo può intervenire su di esse. Nel mondo del restauro, infatti, la differenza diventa cruciale.
Una vernice naturale invecchia, si opacizza, si consuma, ma proprio perché è un materiale “vivo”, può essere ripresa, nutrita, integrata. Se si rovina, raramente va rimossa del tutto: si lavora facendo manutenzione o, nei casi più gravi, restauro.

Con molte vernici sintetiche, invece questo non è possibile e il rapporto cambia. Quando il film si degrada, si spacca o perde adesione, non c’è manutenzione possibile: va eliminato e sostituito. È una logica più vicina alla produzione industriale che alla cura nel tempo. Qui trovi un articolo di approfondimento sulla sverniciatura

Ecco perché, nel restauro, continuiamo a preferire le resine naturali. Non perché siano “più autentiche” in senso romantico, ma perché accettano la manutenzione. Permettono interventi reversibili, graduali, rispettosi della materia originale.
In questo senso, la vernice naturale non è un materiale superato. È un materiale che presuppone una relazione lunga: con l’oggetto, con il tempo, con chi verrà dopo di noi a rimetterci mano.
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A presto!
Il maestro Carlo
le immagini di questo articolo sono tratte dai Corsi Online e da La rivista del colore che ringrazio.