Più il legno invecchia più diventa migliore?
Ho sempre avuto una certa passione per i vecchi manuali Hoepli. Contengono informazioni preziose, raccontano il modo di lavorare di un’epoca e continuano ad affascinare chi si avvicina alla falegnameria.
Ma dobbiamo prendere per buono tutto ciò che vi troviamo scritto?
Per quanto riguarda la stagionatura del legno nel manuale Falegname ed ebanista di Giuseppe Belluomini, pubblicato nel 1919, si consiglia di abbattere gli alberi, lasciarli esposti alle intemperie durante l’inverno e lavorarli nella primavera successiva.
Il legname veniva poi disposto in cataste sotto tettoie ben ventilate, sollevato dal terreno e separato in modo da permettere all’aria di circolare.

Sono indicazioni ancora oggi sostanzialmente corrette. Più discutibili sono invece i tempi suggeriti: un anno per i legni dolci di piccole dimensioni, due per quelli duri, fino a quattro o sei anni per i pezzi più grossi.
Il manuale conclude con un’affermazione molto netta: più il legname rimane a riposo, più guadagna in bontà.

Stagionatura o essiccazione?
Un altro manuale Hoepli, pubblicato da G. Pieresca nel 1985, distingue la stagionatura dalla semplice essiccazione. La prima sarebbe una maturazione naturale, accompagnata dall’indurimento o “lignificazione” delle cellule mentre la seconda servirebbe soltanto a ridurre l’umidità.
È una distinzione affascinante, che anch’io ricordavo dai miei studi. Oggi, però, sappiamo che la lignificazione avviene mentre il legno si forma nell’albero vivo e non prosegue dopo l’abbattimento.

Questo non significa che il tempo sia del tutto irrilevante. Durante la stagionatura naturale avvengono assestamenti, modificazioni delle sostanze presenti nel legno e fenomeni di invecchiamento igroscopico. Ma non esiste un numero di anni valido per ogni tavola.
La scienza moderna considera soprattutto la specie legnosa, lo spessore, la temperatura, l’umidità dell’aria e la destinazione finale. Ciò che conta davvero è che il legno raggiunga un’umidità adatta all’ambiente nel quale verrà utilizzato.
Un legno destinato a una copertura o a una struttura edilizia può conservare un’umidità maggiore rispetto a quello impiegato per costruire un mobile. Ante, cassetti e pannelli richiedono infatti una maggiore stabilità dimensionale, soprattutto negli ambienti interni riscaldati.
Non esiste quindi una stagionatura del legno valida in assoluto: deve essere sufficientemente asciutto per l’uso al quale è destinato. Anche l’essiccazione negli impianti moderni non è necessariamente peggiore. Se eseguita con un ciclo corretto può produrre legname uniforme e stabile, se troppo rapida può invece causare crepe, deformazioni e tensioni interne.

I vecchi manuali restano dunque una fonte preziosa, ma vanno letti come testimonianze del sapere tecnico della loro epoca. Conservano molte buone pratiche, insieme a spiegazioni che le conoscenze successive hanno corretto.
Il legno non migliora semplicemente perché è molto vecchio: migliora quando è stato scelto, essiccato e conservato bene.
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Il maestro Carlo
Fonti e approfondimenti
- Giuseppe Belluomini, Falegname ed ebanista, sesta edizione riveduta da I. Ghersi, Milano, Ulrico Hoepli, 1919, pp. 76-78.
- G. Pieresca, Il legno e l’arte di costruire mobili e serramenti, quinta edizione, Milano, Ulrico Hoepli, 1985, ristampa 2012, pp. 47-48.
- Richard Bergman, Drying and Control of Moisture Content and Dimensional Changes, USDA Forest Products Laboratory, 2021. Consulta la pubblicazione.
- Samuel V. Glass e Samuel L. Zelinka, Moisture Relations and Physical Properties of Wood, USDA Forest Products Laboratory, 2021. Consulta la pubblicazione.
- L’immagine della catasta di legno all’aperto è tratta da Tecnologia Lanzi che ringrazio.